Ecogestione: una scelta possibile?

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Esprimere un giudizio sul valore ed il significato dei sistemi di gestione ambientale, alla luce di una quasi inesistente esperienza della sua applicazione nel nostro Paese, non è compito facile. Non lo è soprattutto per chi, come il Biologo, per sua natura ha un approccio il più possibile sistematico alle problematiche ambientali, preferendo l’analisi dei fatti, delle esperienze e delle situazioni ai giudizi proiettivi. Questo, quindi, non sarà un giudizio ma più che altro una raccolta di osservazioni nel merito, derivanti dalla nostra esperienza di approccio scientifico d’avanguardia, o meglio di “frontiera”, ai temi ecologici. Il primo dato che è saltato agli occhi della nostra osservazione sui sistemi di gestione ambientale è la loro natura di stimolo, di invito non coercitivo alla collettività produttiva ad uno sforzo di revisione della propria interazione con l’ambiente. Ciò pone questo approccio ad un livello etico e culturale superiore a quello classico del conflitto aperto e della repressione dei soggetti ecologicamente dannosi o incompatibili, poiché sposa il principio che una economia compatibile con l’ambiente è frutto della maturazione di una coscienza globale e della libera scelta collettiva, se pure incentivata, di un modello di vita e di lavoro alternativiLa politica dei divieti e dei limiti parziali, infatti, non ha risolto realmente alcun problema, causando semplicemente il trasferimento dei dissesti ambientali da un livello all’altro o spostandoli nel tempo da un compartimento ambientale ad un altro, spesso aumentandone gli impatti. Ciò non è dovuto tanto e solo al rituale inadempimento italiano di norme e decreti, ma al fatto che  nessuna norma impositiva o punitiva può mai cambiare alla base un intero modello economico e sociale, prospettiva verso la quale siamo oramai orientati; semmai ne è il risultato e si erge a difesa di un assetto diverso già, almeno culturalmente, maturato. In secondo luogo, i sistemi di gestione ambientale si presentano come un approccio ai problemi ambientali di tipo integrato, “olistico”, se vogliamo usare un termine preso in prestito dall’epistemologia contemporanea, capace cioè di considerare nel suo insieme tutti i fattori interconnessi che riguardano gli effetti di un’azienda sull’ambiente e di promuovere una revisione complessiva. Gli approcci attuali, invece, sono spesso di tipo settoriale, “meristico” e lasciano enormi varchi attraverso i quali i problemi di impatto sull’ambiente sono, ancora una volta, traslati in vario modo. Un esempio classico può essere l’obbligo allo scarico di reflui secondo alcuni parametri tabellari; l’azienda può munirsi di depuratore, dal quale il refluo potrà anche uscire in tabella; poiché, però, nulla si crea e nulla si distrugge, il territorio circostante assorbirà in vario altro modo la massa di contaminanti rimossi dal refluo o pagherà lo scotto della loro ulteriore trasformazione. Applicare i sistemi di gestione ambientale in maniera integrata ha, inoltre, una fisionomia evolutiva che gli conferisce una particolare vitalità; come subire modifiche in itinere, dettate dalla verifica degli effetti della loro applicazione sul campo, ma possono anche crescere e migliorare di anno in anno, arricchendosi delle nuove conoscenze raggiunte dalla ricerca e costringendo l’impresa ad aggiornarsi e crescere di pari passo. Un altro aspetto di grande interesse dei sistemi di gestione ambientale è il grosso impulso che potrebbero dare ad un settore di occupazione altamente qualificato e “socialmente utile” come quello dei tecnici ed esperti che dovranno eseguire i review, elaborare i progetti, condurli e verificarli. Per molti giovani (e non) sarebbe un’ottima possibilità di realizzazione personale. Si può quindi concludere che i sistemi di gestione ambientale sono, senza dubbio, un passo sulla strada di quel lento e faticoso processo di evoluzione verso un’economia sostenibile, anzi ne tracciano anche alcune nuove direttrici. Tutto perfetto quindi? Purtroppo no, ed è nostro dovere rilevare anche gli aspetti preoccupanti ed i possibili danni che rischiano di arrecare se applicati non correttamente. I difetti si manifestano all’atto della attuazione, cioè quando l’applicazione dei sistemi di gestione ambientale in un azienda devono fare i conti con le situazioni reali, specie in Italia. Paradossalmente è lo stesso alto livello di consapevolezza necessario alla riuscita dell’applicazione dei sistemi di gestione ambientale che rappresentano il loro punto debole. L’Italia è indietro, sia sul terreno della preparazione delle strutture e dei servizi collegati  che su quello della loro applicazione. La maggior parte delle aziende che si sono cimentate nell’applicazione dei sistemi di gestione ambientale, lo hanno comunque svolto in maniera episodica e solo su alcuni aspetti delle problematiche ambientali; ciò ne distorce completamente il significato. Va anche registrata la sostanziale assenza, da questo mercato, del tessuto della media e piccola impresa che, invece, rappresenta il cuore del nostro sistema industriale. Il motivo di questo ritardo, se così si può chiamare, sta nel fatto che la maggior parte delle aziende italiane è fuori norma rispetto all’attuale legislazione ambientale. L’applicazione di questi sistemi risulterebbe in un micidiale boomerang, in quanto comporterebbe un’iniziale autodenuncia della propria illegalità. Per questo motivo, nel mondo industriale, sembra si stia affermando la speranza che questi rappresentino uno strumento per alleggerire i controlli ambientali. Questa è una concezione pericolosa, in quanto le procedure di applicazione di un sistema di gestione ambientale non dovrebbero sovrapporsi ai controlli del rispetto della normativa. Queste procedure volontarie servono ad ottimizzare la gestione ambientale, per cui il rispetto delle norme sono il loro punto di partenza, non di arrivo. Un’altra perplessità è di natura tecnico-scientifica:  tutti i tecnici che preparano i percorsi di applicazione dei sistemi di gestione ambientale sono veramente capaci di tenersi al più alto livello delle conoscenze nel settore? Basta, infatti, ignorare un aspetto apparentemente secondario di un piano o scegliere e convalidare una procedura analitica imprecisa per ottenere risultati disastrosi a cascata. La professionalità in questo settore si costruisce unendo esperienza sul campo con formazione professionale ed universitaria avanzata, nel necessario intreccio multidisciplinare che rappresenta il bagaglio dell’operatore del settore. Ciò è ancora fantascienza in Italia, dove ricerca e cultura scientifica, specie in campo ambientale, sono spesso orientate e controllate dai potentati più retrivi del settore, cioè da lobbies più o meno note. Inoltre, alcune conoscenze necessarie ad una analisi ambientale completa sono patrimonio di ristretti e avanzati gruppi scientifici nel mondo e non facilmente accessibili; su altre questioni, tipo gli effetti genetici derivanti dal rilascio di organismi geneticamente modificati, la comunità scientifica è tutt’altro che compatta. Questi aspetti, in sostanza, comportano il rischio che l’applicazione di questi sistemi di ecogestione non sia esattamente ecocompatibile, per parziale ignoranza tecnica o per scelta più ideologica che tecnico – scientifica. In conclusione l’ecogestione può rivelarsi, in Italia, un terribile boomerang, per l’ambiente, con il rischio di rilascio di patenti di Eco –Compatibilità a settori o aziende tutt’altro che tali. Questo rischio, vale la pena di ribadirlo, è comunque insito nei sistemi che, per funzionare, necessitano della partecipazione cosciente, responsabile ed onesta di tutti i soggetti; basta che pochi facciano i furbi che tale delicato equilibrio si rompa e la macchina venga usata per generare risultati opposti a quelli per cui era stata concepita. E’ opportuno, quindi, non assegnare ai sistemi di gestione ambientale, proprietà miracolose. Occorre, invece, da un lato vigilare attentamente su ciò che accade, e dall’altro lavorare per creare le condizioni per una loro applicazione ottimale, anche estesa a tutti i settori possibili. I trasporti, l’agricoltura, la zootecnia, la pubblica amministrazione, l’Università e gli enti di ricerca dovrebbero potervi accedere, dimostrando di fatto la loro integrazione con l’intero sistema produttivo e civile italiano. La principale condizione per il benefico successo dell’Eco –Gestione, però, resta l’elevazione del livello di consapevolezza dell’uomo in genere sui rischi che esso corre in quest’epoca. Passare da un’economia “produttiva” ad una “contemplativa”, come si usa dire ai livelli più avanzati dello studio sugli sviluppi sostenibili, può richiedere che alcuni settori di economia di mercato si facciano definitivamente, ma spontaneamente, da parte. In questa direzione l’Eco –Gestione potrebbe essere uno dei migliori strumenti di aiuto nell’identificazione dei settori non sostenibili, a condizione che l’imprenditore si ricordi che, prima che operatore economico, egli è un essere vivente, in armonia obbligata e non facoltativa con il mondo che lo circonda.

 Elvira  Tarsitano (Associazione Biologi Ambientalisti Pugliesi)

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